BLOG ANTI FIMMG, SNAMI, SMI, CIPE, INTESA MEDICA, FIMP, CIGL, CISL e UIL
Questo è il blog di un medico di famiglia incazzato, qui troverai proposte e discussioni controcorrente, fuori dal coro e anche fuori di testa. Se sei un sindacalista, prima vergognati e poi esci da questo sito perché la tua opinione personalmente non mi interessa e comunque sia già la conosco e mi ha rotto le balle. Se invece sei un collega che crede ancora in questo lavoro e si sente abbandonato a se stesso, sei il benvenuto. Se infine sei un paziente, pardon...cittadino, serviti pure di questa bacheca che magari ti sarà utile per capire che non tutti i medici di famiglia sono solo dei "medici della mutua".

HAI FIDUCIA NEL TUO MEDICO DI FAMIGLIA?

martedì 1 dicembre 2009

TE LA DO IO LA PRIVACY! (seconda parte)

Al momento pensai di riportarle al distretto sanitario dove sarebbero magari tornate utili al dottor mummia per etichettare le sue bottiglie di vino o le marmellate delle sfinge, pardon, della sua dolce metà. Fortunatamente recuperai quasi subito un minimo di lucidità e di buon senso rendendomi conto che in quel modo sarei stato costretto, per la seconda volta in pochi minuti, ad un ulteriore incontro ravvicinato del terzo tipo con la vecchia babbiona dell'ufficio muffe e ricette. Decisi pertanto di tenermi quei meravigliosi adesivi all'unico scopo di ricordarmi, se ce ne fosse stato bisogno, come venivano sperperati i soldi dei contribuenti.
Qualcuno si chiederà a questo punto cosa diavolo sono e soprattutto a cosa cazzo servano o per meglio dire, servirebbero realmente, 'ste stramaledette etichette. E mo ve lo spiega il vostro dottor Forrest.
Di legge sulla privacy, o meglio della legge che dovrebbe tutelare i cosiddetti dati sensibili, immagino ne abbiate un po' tutti sentito parlare. Un bel giorno, nel regno dei mentecatti, un bellissimo ed azzurrissimo principe, decise che era giunto il momento di tutelare, tra le altre cose, anche i dati sensibili dei suoi sudditi. Ebbene, questo illuminato principe noto al mondo con lo pseudonimo di Testa di Minchia, stabilì che il nome ed il cognome dei suoi cittadini, non dovevano più comparire nemmeno sulle ricette mediche. Le tipografie di Testa di Minchia iniziarono quindi a stampare delle meravigliose etichette adesive che i medici avrebbero dovuto appiccicare sulle ricette mediche giustappunto al di sopra dei dati anagrafici dei loro assistiti. In questo modo il farmacista curiosone non avrebbe mai potuto comprendere che il signor Mario Pisellomoscio si impasticcava di Viagra e nemmeno che sua moglie Beppa Bucostretto doveva trangugiarsi litri e litri di olio di ricino per defecare con una certa regolarità.
Sulla scia di questo mirabile editto di Testa di Minchia, quasi tutti gli ospedali del regno dei mentecatti, svilupparono procedure eleboratissime ed assurde per non violare la privacy dei loro pazienti. Da quel giorno, in questi ospedali, i cittadini non vengono più chiamati per cognome e nome, ma per codice numerico.
Ancora oggi, nel regno dei mentecatti, può succedere che un'infermiera ad esempio della gastroenterologia, chiami magari il signor NUMERO TRE che attende in sala d'attesa per eseguire una colonscopia. Mister NUMBER THREE si alzerà così dalla sua cadrega ed accederà all'abulatorio dove eseguirà in seguito il delicato esame. L'infermiera chiuderà quindi dietro alle spalle del paziente la solidissima porta fabbricata negli anni '50 con carta velina, sputo di nutria e baccalà mantecato. A quel punto, gli chiederà:

"Lei è il signor Pesce Marino, che abita in via Mare Mediterraneo a Greenbow Alabama? Lei deve eseguire una colonscopia in quanto un anno fa le è stato riscontrato un tumore del retto per il quale è stato operato il 23 Novembre 2007 alle ore 16.43 dal Professor Arturo Manotremante presso il reparto di Chirurgia Generale dell'Ospedale Principe Testa di Minchia?"

"Sì signora" - risponderà il Pesce...

... senza sapere che il breve e privatissimo dialogo appena avuto con l'infermiera, era stato udito non solo nella contigua sala d'attesa, ma anche in quella del reparto di ginecologia ed ostetricia situato tre piani più sopra. Questo perché a proteggere la privacy di un cittadino non può bastare un editto idiota (scusate la cacofonia!) se gli ospedali oltre alle porte di carta velina hanno anche i muri perimetrali di sterco di vacca come le capanne dei Masai!.
E di esempi come quello del signor Pesce Marino, potrei farne a iosa a partire dal mio studio (di cui sono molto orgoglione di far notare la porta in puro guano del Guatemala ed i muri di forfora e cerume di pterodattilo albino), dove il colloquio privato con un assistito può essere facilmente ascoltato dall'intera sala d'attesa , fino ad arrivare alla sede della guardia medica di Greenbow Alabama dove i registri cartacei possono, con assoluta facilità, essere letti (o peggio alterati) dalle signore delle pulizie o da chiunque altro abbia libero accesso ai locali (portinai, operai della manutenzione, geometri dell'ufficio tecnico), non essendo disponibile nemmeno un armadietto protetto da una banale serratura, nel quale riporli!.
La cosa più ridicola è che altri casi quotidiani di lampante violazione della privacy li viviamo ogni giorno sotto ai nostri occhi ed alle nostre orecchie... Magari non c'avete fatto caso, ma se abitate in un condominio simile a quello in cui viviamo Jenny ed io a Greenbow Alabama, potreste risalire al cognome (e probabilmente anche al nome) degli altri inquilini, semplicemente dando un'occhiata ai campanelli o alle cassette della posta. Qualcuno a questo punto dirà: "Ma conoscere il nome ed il cognome di un condomino non è certo una violazione dei suoi dati sensibili? E' come leggere una pagina dell'elenco telefonico?". Verissimo, ma io, volente o nolente, di quel condòmino, grazie alle evolutissime tecniche costruttive dei nostri acculturatissimi ed onestissimi impresari edili, riesco a sapere anche:

1) Quante volte si alza di notte per andare a pisciare (dato che permette anche di risalire ad eventuali patologie prostatiche o infezioni delle vie urinarie);
2) Quante volte copula alla settimana e (sbirciando dallo spioncino...) anche con chi, con quante/i e con che cosa (mah...);
3) Se soffre di meteorismo o meglio di ventilatio intestinalis putrens (il mio vicino ogni mattina emette dei peti terrificanti che se lo venissero a sapere gli amici di Greenpeace, gli verrebbero a mettere un tappo nel culo per impedire la distruzione totale dello strato di ozono!);
4) Se è affetto da qualche forma infettiva delle vie respiratorie in grado di determinare tosse, starnuti, scolo nasale con necessità ricorrente di soffiarsi il naso o di scaracchiare dalla terrazza;
5) Quanto volte alla settimana fa la doccia o il bagno (il mio vicino affetto da ventilatio, deve essere anche allergico all'acqua ed al sapone, cosa che spiegherebbe l'odore nauseabondo proveniente dal suo pianerottolo, odore erroneamente imputato al rinvenimento di un topo morto. In realtà il topo era morto asfissiato dai miasmi del mio dirimpettaio...).
6) A che ora si sveglia al mattino, a che ora si reca al lavoro, a che ora rientra la sera (e quindi, indirettamente, se lavora a tempo pieno o part-time, se è disoccupato o in cassa integrazione, se è un turnista o ha orari d'ufficio, etc...).
7) Se fuma (i miei vicini fumatori sono sempre in terrazza con la sigaretta in bocca, d'estate come d'inverno. Sarà per questo che la notte, oltre a russare come trichechi, tossiscono pure come tubercolosi?);
8) Se è dedito all'uso o all'abuso di alcolici (basta contare quante volte alla settimana deposita le bottiglie di vetro nella apposita campana dei rifiuti);
9) Se mena la moglie o i figli o il cane o il gatto o il criceto o i pesci rossi;
10) Se digerisce più o meno bene (il mio vicino termina la digestione solitamente verso le 21.30 quando me ne rende partecipe con un rutto apocalittico che una sera ha fatto pure cadere al suolo la gigantografia di Giacomo Milillo affissa in soggiorno!).

Questi mi sembrano a tutti gli effetti dei dati personali abbastanza sensibili e, per il momento, non c'è nessuna legge che li tuteli... Ma abbiate fede, prima o dopo un discendente del Principe Testa di Minchia, riempirà questo vuoto legislativo, obbligandoci tutti ad indossare per ventiquattr'ore al giorno tappi auricolari e paraocchi!.
Voglio concludere con una chicca: sapete chi dobbiamo ringraziare per questa ridicola legge sulla privacy? I signori dell'Europa Unita!. Il primo abbozzo di questa legge entrò in vigore infatti nel 1997 per rispettare gli accordi di Schengen ed un altra direttiva del Parlamento Europeo relativa alla tutela ed alla circolazione dei dati personali (cit. Wikipedia)
Insomma dopo l'euro, che ha mandato a puttane circa la metà dei nostri risparmi, un altro bel regalino targato UE, regalino che ha complicato, appesantito e burocratizzato ulteriormente, ben più della metà del nostro quotidiano modo vivere. E poi ci si chiede come mai abbiano tanto successo le trasmissioni televisive "amarcord" degli anni '70 ed '80... Non credo si tratti solamente di nostalgia, ma piuttosto di una consapevolezza che teniamo nascosta anche a noi stessi. La consapevolezza che in quegli anni senza internet (ma con i volumi enormi dell'enciclopedia dove cercare informazioni), senza facebook (ma con gli amici in carne ed ossa), senza reality show (ma con Happy Days, Magum PI, l'A-Team, Spazio 1999, ...), senza cartoni animati idioti (ma con Goldrake, Gig Robot d'acciaio e Mazinga), senza playstation (ma con il pallone sempre pronto ad esser calciato, anche per strada), senza ipod (ma con la radio a batterie appoggiata sulla spalla del più bullo), senza cellulare (ma con la mamma sempre e comunque tranquilla), senza privacy (ma anche senza rotture di coglioni inutili)... si viveva molto meglio.


venerdì 27 novembre 2009

TE LA DO IO LA PRIVACY! (prima parte)

Qualche giorno fa, con mia grande gioia, mi sono recato nell'ameno distretto sanitario di Greenbow Alabama, per fare rifornimento di ricettari. Per coloro che non lo sapessero, le ricette, ossia quei foglietti rosso pallido che ogni santo giorno noi medici di famiglia siamo costretti a compilare e firmare come tanti scribacchini, non nascono spontaneamente sugli alberi e nemmeno si riproducono per partenogenesi o grazie ad amplessi clandestini tra un libretto degli assegni infoiato ed una distinta di versamento un po' zoccola. Le ricette, magici lasciapassare per ottenere farmaci, esami del sangue, visite specialistiche ed accertamenti diagnostici di ogni tipo, A GRATIS, prendono vita molto più meschinamente, grazie allo sporco lavoro di una zecca. Naturalmente non mi riferisco al parassita ematofago che trasmette la Malattia di Lyme, ma alla zecca di stato.
Come dicevo, alcuni giorni orsono, ho fatto una bella gita di piacere in quel bell'ambientino odorante di muffa, di vecchiume e di scarichi fognari intasati, noto alla popolazione locale con il nome di distretto sanitario. Quando porto le mie auguste natiche in codesti luoghi tanto apprezzati anche dall'Unesco, sono solito stampare in faccia il migliore dei miei sorrisi, di modo che nessuno posso pensare: "Guarda quanto è triste e sfigato il dottor Forrest... Come farà a campare con meno di duecento pazienti? Mi sa che si prostituisce sulla tangenziale ovest... O forse spaccia Viagra sotto banco... Oppure è coinvolto in un losco traffico d'armi o cateteri... Certo che in qualche maniera dovrà arrotondare, altrimenti hai voglia di arrivare a fine mese!!! Manco a fine settimana arriverebbe con quello stipendio pidocchioso!!!".
E così, con il mio sorriso delle grandi occasioni, a dire la verità molto più simile ad una paresi facciale, sono entrato nell'ufficio deputato alla consegna dei ricettari medici. Se immaginate una location tipo Fort Nox, con porte blindate, serrature protette da quindici password, scanner retinici e prepuziali, vi sbagliate di grosso. Qui stiamo parlando di un buggicattolo dalle pareti scrostate tinta latte avariato, con delle luride mattonelle rossastre a lastricare il pavimento, al quale si accede tramite una porta sgarrupata con la maniglia arrugginita.

"TOC, TOC".
"Buongiorno dottore!" - disse l'impiegata odiosa (quella stronza era in ferie).
"Buongiorno a lei, come sta?" - chiesi fingendo un interesse che non mi passava nemmeno per l'anticamera del cervello.
"Bene dottore e lei?" - domandò la vecchia megera più interessata al solitario che stava facendo al computer che alla mia eventuale risposta.
"Bene, grazie... Avrei bisogno di un po' di ricettari".
"Ah... " - rispose scioccata la babbiona, probabilmente sorpresa da questo evento ai confini della realtà.
"Sa com'è" - continuai sarcasticamente - "L'ultima volta che sono venuto era presidente della Repubblica Sandro Pertini!".
"Esageratoooo!!!" - rispose la vegliarda accenando ad un sorriso che in realtà assomigliava molto più ad un grugnito.
"E quanti ricettari vuole questa volta, una decina?".
"Non potrei averne un po' di più? Così per i prossimi quindic'anni sono a posto...".
"Eh ma allora vuole proprio autocommiserarsi questa mattina, caro dottore..." - disse l'impiegata con un pizzico di perfidia nel tono della voce.
"Ma noooo, sto solo scherzando un po' sulla mia situazione di medico minimalista" - risposi facendo spalluce - "Comunque sia, potrebbe darmi almeno una scatola da cinquanta?".
"Certo dottore! Basta che metta la sua firma qui e qui" - disse la megera porgendomi i due talloncini di cartoncino che aveva appena staccato dal primo e dall'ultimo ricettario contenuti nella scatola.
"E non si dimentichi di mettere anche il suo codice fiscale" - aggiunse con quella sua voce da gallina spennata.

Mentre compilavo i due talloncini, e mentre la vecchia arpia riportava su un registro cartaceo i codici numerici dei ricettari che mi stava consegnando, entrò nel buggigattolo adibito ad ufficio, un collega anzianotto, noto in paese per essere nell'ordine: medico di famiglia massimalista, dentista e medico del lavoro.
Il collega salutò con fare simpatico l'impiegata dandole del tu e chiamandola per nome. Dopo di che, senza preoccuparsi del fatto che la babbiona era impegnata col sottoscritto, disse:

"Scusa Carla, mi hai già preparato gli scatoloni con i ricettari che ti avevo chiesto?".
"Certo dottore!" - rispose la vecchia carampana - "Se il dottor Forrest ha un po' di pazienza glieli consegno immediatamente?!".
La domanda a me rivolta era ovviamente retorica, perché la vecchia cariatide, senza pensarci un decimo di secondo, si precipitò verso la scrivania sulla quale aveva appoggiato tre grosse scatole di cartone.
"Venga dottore" - disse poi rivolgendosi al collega dai capelli canuti - "Ecco i suoi ricettari!".
"Bene, molto bene" - esclamò il compagno di banco di Ippocrate alla facoltà di medicina.
"Vuole anche le etichette per la privacy, dottore?" - chiese quindi l'impiegata.
"Sì, sì, sì!" - rispose il coetaneo di Matusalemme - "Lasciamele pure dentro gli scatoloni!".
"Dottore, non mi dica che lei le usa sul serio?!" - domandò la vegliarda guardando il collega, cugino di secondo grado di Tutankamon, attraverso gli occhialetti abbassati sulla punta del naso.
"Ma noooo! Figuriamoci Carla! Se ti dico per cosa uso quelle etichette, ti metti a ridere...".
"Dai su, non mi tenga sulle spine!" - disse la babbiona stuzzicata proprio nel suo punto debole ossia la curiosità.
"Ehmmm..." - continuò il medico d'antiquariato con un mezzo sorrisetto sulle labbra - "Quelle etichette vanno benissimo per le bottiglie di vino!".
"Come per le bottiglie di vino?" - ribattè immediatamente la vecchia arpia sempre più curiosa.
"Ma sì, Carla... Non sai che nella mia tenuta di campagna ho anche i vigneti!? Ho imbottigliato il vino giusto la scorsa settimana e mi servivano proprio queste etichette che, tra l'altro, attaccano alla perfezione sul vetro!".
"E allora dottore, io le do le etichette, ma lei mi promette un paio delle sue bottiglie di vino!" - esclamò ridendo l'impiegata del distretto sanitario.
"Ma ci mancherebbe altro!" - rispose il collega semidecrepito - "E ti porto anche un paio di vasetti di marmellata fatta in casa da mia moglie. Le etichette dei ricettari sono utilissime anche in questo caso...".
"Affare fatto!" - disse con tono gioviale la vecchia carampana che non avevo mai visto tanto affabile e gentile.

Il vecchio medico in semidecomposizione se ne andò spargendo brandelli del suo corpo ormai logoro lungo il cammino. Dopo aver salutato tutti educatamente, afferrò le tre scatole di ricettari ed un sacchetto di plastica pieno di etichette adesive, con una forza inaspettata derivante probabilmente da una recente sniffata di Gerovital.
Io invece rimasi lì come un pirla, ad aspettare il ritorno della babbiona che una volta accomiatato il medico di serie A, riprese la sua tipica espressione facciale di odiosa zitella aviopenica incartapecorita con la quale disse al medico di serie B (anzi, lega pro) cioè al sottoscritto:

"Dottore, lì c'è la scatola con i suoi ricettari".
"Ok, posso prenderla?".
"Certo, è tutta sua!. Ci vediamo tra un paio d'anni..." - disse la vecchia bisbetica con un sorrisino che non riuscii a comprendere se fosse ironico o più banalmente da stronza.
"Purtroppo sì" - risposi pensando tra me e me che forse era anche una fortuna non dover vedere tanto spesso una simile befana.
"Arrivederci dottore!" - disse la moglie di Babbo Natale tornando al solitario che aveva suo malgrado abbandonato.
"Buona giornata!" - risposi salutando con un cenno della mano mentre mettevo la scatola dei ricettari sotto il braccio.

Rientrato in studio aprii la scatola appena ritirata alla ASL di Greenbow Alabama, riponendo ordinatamente la maggior parte dei ricettari nell'armadio, lasciandone invece un paio nel cassetto della scrivania pronti per l'uso. Stavo a quel punto prendendo il contenitore di cartone per gettarlo nel cestino della carta da riciclare, quando mi accorsi che nel fondo si trovava un bel pacco di etichette adesive per la privacy di cui allego qualche foto.








(CONTINUA)




lunedì 23 novembre 2009

IGIENE ORALE ED ALZHEIMER

Un nuovo studio sembra suggerire che una buona cura dei denti (usare lo spazzolino dopo ogni pasto, visitare il dentista regolarmente), può aiutare gli adulti a mantenere intatte le loro abilità mentali.

Un gruppo di ricerca americano ha infatti scoperto che gli adulti di più di 60 anni con i livelli più alti del patogeno Porphyromonas gingivalis avevano tre volte più probabilità di non riuscire a tenere a mente una sequenza di tre parole rispetto agli adulti con i livelli più bassi dello stesso patogeno.

Il Porphyromonas gingivalis è un microbo che causa infezioni e parodontiti.

Il dottor James M. Noble del Columbia College of Physicians and Surgeons di New York City e i colleghi hanno anche scoperto che gli adulti con i più alti livelli di questo patogeno avevano il doppio delle probabilità di sbagliare delle sottrazioni complesse.

Questi risultati, pubblicati dalla rivista Journal of Neurology, Neurosurgery, and Psychiatry, si basano su oltre 2.300 uomini e donne sottoposti a test per vedere se soffrivano di periodontite e a cui è stato chiesto di completare una serie di prove che misurano le abilità mentali.

I soggetti prendevano parte al più vasto studio chiamato National Health and Nutrition Examination Survey III, che ha avuto luogo tra il 1991 e il 1994.

Nel complesso, il 5,7% degli adulti aveva problemi a completare alcuni test di memoria e il 6,5% non è riuscito nelle sottrazioni complesse.

I risultati a questi test erano scarsi soprattutto nelle persone con i più alti livelli di patogeni nella bocca. Già altre ricerche hanno stabilito una forte associazione tra la salute orale e le malattie di cuore, l'ictus e il diabete, nonche' l'Alzheimer.

La malattia gengivale potrebbe influire sulla buona funzionalità del cervello tramite diversi meccanismi, secondo l'equipe del dottor Noble; per esempio, scatenando uno stato di infiammazione in tutto il corpo.

In un commento che accompagna la pubblicazione dello studio, il dottor Robert Stewart, del King's College London, afferma che "questa ricerca si unisce alle prove sempre più numerose che collegano la salute della bocca e dei denti alla funzionalità cerebrale".





E ci risiamo... Ma prima di illustrarvi il mio nuovo studio che verrà pubblicato nel prestigioso Journal of Pirlae and Out of Heads, voglio smontare in quattro e quattr'otto le conclusioni dei mentecatti del Columbia College of Physicians and Surgeons di New York City. Voi direte: "Il Dottor Forrest è solamente invidioso perché il suo Colegio Venexian dei Dotori dea Mutua è in diretta concorrenza con il centro di ricerca newyorkese". Ed in effetti, a dirvi tutta la verità, un po' di rivalità tra l'istituto da me diretto e quello d'oltreoceno, esiste, ma in questo caso vi assicuro che non c'entra.

Veniamo al dunque. Gli amici della grande mela, sostengono che il Porphyro-monas gingivalis, un batterio che causa infezioni del cavo orale e parodontiti, sia il responsabile del decadimento delle funzioni cognitive. Da bravo veneto, anch'io sarei potuto cadere nell'errore, in quanto partendo dall'assunto "similes cum similibus congregantur" (i simili si accompagnano con i loro simili), un mona, seppur Porphyro, non poteva che far diventar dei gran mona (link per i non veneti o friulani). Ma per mia fortuna, nonostante sia come detto veneto, sono abituato a fare scienza e non a pettinare i coleotteri della Micronesia, per cui proprio dall'alto della mia esperienza posso dire, e pure con assoluta certezza, che gli amici di NY hanno preso fischi per fiaschi. No, non voglio insinuare che sono degli ubriaconi, ma semplicemente che hanno confuso l'effetto per la causa. Mi spiego meglio: non è la scarsa igiene orale a causare un declino delle funzioni cognitive, ma un basso livello di partenza delle funzioni cognitive a portare ad un cura dentale meno accurata. Insomma, e qui chiedo conferma ai colleghi dentisti, mi sembra abbastanza evidente che soggetti meno dotati dal punto di vista intellettivo, vivano spesso anche in condizioni socio-economiche più scadenti, cosa che va di pari passo con un'alimentazione scorretta e con l'inaccessibilità ai controlli odontoiatrici per mancanza di denaro o per incosapevolezza della loro necessità. Facendo riferimento alla mia popolazione di assistiti ed alla mia esperienza ormai decennale di medico di continuità assistenziale, posso assicurarvi che c'è una stretta correlazione tra habitus mentale, habitus sociale ed habitus dentale.

Prendendo ad esempio il signor G., un mio paziente obeso, diabetico, dislipidemico, iperteso, gottoso, non posso proprio fare a meno di pensare alla sua mirabile dentatura costituita da numero tre premolari per altro mezzi putrefatti. Le patologie di cui sopra dipenderanno a questo punto dalla sua scarsa igiene orale o più semplicemente dal fatto che il quoziente intellettivo del soggetto in esame è verosimilmente prossimo a quello di un babbuino cerebroleso? E vogliamo parlare di sua moglie? Obesa e diabetica insulino dipendente? Lei di denti non ne ha più nemmeno uno e prima o dopo mi sputerà quella lercia dentiera semovente sulla scrivania!. Per quanto riguarda il QI della signora, posso assicurarvi che è molto simile a quello del marito perché come tutti sanno (forse anche i colleghi scienziati di New York), Dio li fa e poi li accoppia.

Questi dati statistici un po' ruspanti non vi bastanno ancora? E allora vi racconto anche della figlia del signor G. e consorte. Una ragazza di diciott'anni alta un metro e cinqua centimetri per CENTOQUINDICI KG DI PESO! Quasi peggio di Derelitta, la moglie del buon Vito Catozzo!!!. Quanto meno i suoi denti sono ancora apparentemente indenni, ma di sicuro non è un genio neppure lei, visto che sta ripetendo per l'ennesima volta la terza superiore! Qualcuno di voi a questo punto dirà: "ma lei dottor Forrest non ha la prova provata di quanto afferma in quanto non ha eseguito il test dei suoi colleghi americani su questi tre pazienti". Verissimo, ma sono più che certo che questi soggetti non riuscirebbero mai a memorizzare una sequenza di tre parole (e probabilmente nemmeno di due...), e a sostengo di questa tesi posso dirvi che sarei disposto a mettere, come Muzio Scevola, la mano... del mio commercialista... sul fuoco e questo perché i tre personaggi di cui sopra, nonostante siano miei pazienti da ormai tre anni, non ricordano ancora gli orari del mio studio!.

E' giunto ora il momento di divulgare al mondo un studio scientifico veramente degno di questo nome, studio ovviamente portato a termine dal mio centro di ricerca, il già citato Colegio Venexian dei Dotori dea Mutua. Questo lavoro, protrattosi per circa sette anni, ha analizzato un campione di 2113 pazienti affetti da emorroidi e ragadi anali. I soggetti prendevano parte al più vasto studio chiamato National Ass Hole Examination Survey III, che ha avuto luogo tra il 2001 ed il 2008 nei pressi di Rosolina Mare. L'obiettivo della ricerca era quello di dimostrare che alcuni batteri della mucosa anale sono correlati a serie patologie proctologiche e gastroenteriche. Dopo accurati studi epidemiologici, io ed i miei sottoposti tra i quali il noto ricercatore Dottor Mario Petracca, abbiamo focalizzato la nostra attenzione su tre germi:



1) La ormai famosa Klebsiella Vadaviaeciappis,

2) Il pericolosissimo Clostridium Vatteloapiànterculis e, dulcis in fundo (se così si può dire considerando l'argomento...),

3) La Borrelia Marrazzus Sbragatis, un microrganismo di recentissima scoperta.



Ebbene, voi non ci crederete, ma quasi tutti i pazienti con uno o più di questi germi, avevano un'altissima probabilità di andare incontro ad emorroidi o ragadi anali. Probabilmente questi batteri causano un'infiammazione cronica dell'ultimo tratto del retto, cosa che potrebbe far ipotizzare un loro coinvolgimento anche nel Morbo di Crohn e nella Colite Ulcerosa.
In un commento che accompagna la pubblicazione del nostro studio, il dottor Bepi Boscolo detto Ciacoa, del Fish Market of Chioggia, afferma che "questa ricerca si unisce alle prove sempre più numerose che collegano la salute della buco del culo alla funzionalità intestinale".
Bene!. Ed ora, prima di lasciarvi, una perla di saggezza che deriva proprio da questa grandiosa scoperta medica: alla fine di ogni sana defecazione, ricordatevi di pulirvi il deretano, ma non con la banale carta igienica che lascerebbe in sede germi potenzialmente molto pericolosi, ma seguendo questa procedura appositamente studiata dalla mia equipe:

1) Portate ad ebollizione almeno cinque litri di acqua distillata (accertatevi che la temperatura sia intorno ai 100 ° C, non uno di più né uno di meno).
2) Aggiungete all'acqua un litro di Amukina o analoghi con un pizzico di sale, bicarbonato di sodio q.b. ed una manciata di prezzemolo.
3) A questo punto acquistate in erboristeria o dar pizzicagnolo una barra di plutonio radioattivo che inserirete poscia nella soluzione di acqua distillata, amukina, sale, bicarbonato e prezzemolo.
4) Verificate con un contatore Geiger che la brodaglia ottenuta emetta quanto meno 45000 Rad. Se non reperite un contatore Geiger (evenienza abbastanza improbabile considerando che viene venduto nei migliori negozi di fai da te ed ovviamente nei sexy shop assieme alla tachipirina supposte) potete verificare l'adeguata emissione di radiazioni intingendo per qualche secondo il gatto del vicino nella soluzione. Se il felino diventasse viola fluorescente, ok la radiazione è giusta, altrimenti girate la ruota e comprate una vocale.
5) Se avete eseguito quanto sopra riportato con precisione, dovreste avere tra le mani una tinozza da cinque litri di acqua ed amukina radioattive. A questo punto riempite un bel clisterone da litro con la soluzione (potete usare all'occorrenza anche il mitragliatore ad acqua che vostro figlio usa in campeggio ogni estate per lavare i turisti tedeschi). Non vi resta che spruzzare a tutta forza il contenuto del clistere o del mitra nel vostro orifizio anale una volta terminata la seduta... di alleggerimento sul wc.
6) Asciugate con lana di vetro e quindi con due passate di carta vetrata.
A questo punto i vostri ciapett saranno belli che disinfettati e vi assicuro che nemmeno un batterio avrà mai il coraggio di rimanere in zona.

EFFETTI COLLATERALI DEL TRATTAMENTO:
Solitamente è molto ben tollerato... Se così non fosse e si formasse qualche piccolissima piaghetta, detergetevi le natiche con un velo di olio 31 o, in mancanza di esso, con del Paraflu. Asciugate il tutto con un paio di Rotoloni Regina e concludete il trattamento con un prolungato massaggio defaticante con olio canforato. Potrebbero essere utili anche dei prolungati cicli di crioterapia, ad esempio rimanendo seduti per circa un paio di giornate a chiappe nude sulla vetta dell'Himalaya mentre uno sherpa ventila a tutti polmoni la vostra regione anale.
ATTENZIONE: prima di farvi ventilare l'orifizio dallo sherpa, assicuratevi che abbia fatto almeno tre gargarismi con la soluzione di acqua ed amukina radioattiva, ma senza il prezzemolo, che incastrandosi come sempre tra i denti, rischierebbe di creare un fertile terreno per la crescita del batterio più pericoloso del pianeta:

il Bacillus Altissimus Purissimus Levissimus, agente patogeno della Sindrome dello Yeti, caratterizzata da allucinazioni visive, crescita di una fastidiosa ed ispida barba tipo quella di Reynold Messner (da cui deriva il fantasioso nome assegnato al germe) nella zona perianale e dall'emissione di fetide, prolungate e fragorose flatulenze tipicamente con sonorità jodel.




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giovedì 19 novembre 2009

CURE PALLIATIVE

Se fossi un giornalista definirei tutto questo come l'ennesimo caso di "MALASANITA'".  E allora sparerei un paio di prime pagine con titoloni a nove colonne accusando i medici di essere degli individui immondi e senza cuore.
Se fossi uno dei familiari del povero signor Mario, definirei tutta questa storia come un tipico caso di "ABBANDONO". Abbandono alla propria sorte, abbandono alla sofferenza, abbandono alla morte.
Se fossi un medico ospedaliero o un medico di medicina generale, penserei che fortunatamente, non certo per il paziente, era domenica.
Se fossi (e purtroppo lo sono) un medico di Continuità Assistenziale, mi indignerei e compiangerei il mio senso di inutilità ed impotenza.
Se fossi uno dei responsabili regionali della sanità, guardandomi allo specchio, MI SPUTEREI IN FACCIA.
Se infine fossi un sindacalista, ripensando a ridicoli corsi di aggiornamento obbligatori, sul paziente fragile e sulle cure palliative ai quali ho costretto i miei colleghi, mi cospargerei di benzina e mi darei fuoco.

Quando sei di guardia ed al telefono non senti la voce di chi ti parla, ma le urla strazianti di quello che in realtà è il paziente, puoi fare solo poche semplici cose: farti dare l'indirizzo, indossare la giacca, afferrare la borsa e correre al domicilio di quel poveretto. E qualche domenica fa, le grida del signor Mario ripetevano incessantamente una sola parola: "BASTA".
La moglie mi aveva chiamato all'incirca verso le dieci del mattino raccontandomi brevemente la storia clinica del marito. Mario era stato operato pochi mesi prima per un tumore polmonare. Successivamente, purtroppo, erano state riscontrate delle metastasi a livello cerebellare ed osseo e da quel momento era inziato per il paziente e per i suoi familiari, un vero e proprio calvario. Mario, oltre a soffrire di dolori lancinanti, tenuti solo parzialmente a freno dalla morfina, non era più in grado di stare in piedi a causa della compromissione del centro dell'equilibrio. Viveva o meglio, sopravviveva ormai da giorni disteso su un letto ventiquattr'ore su ventiquattro. Per garantire un accesso venoso adeguato gli era stato posizionato un catetere venoso centrale. Per prevenire invece la formazione di piaghe da decubito, oltre al catetere vescicale, erano stati forniti alla famiglia un materasso ad aria ed un letto apposito.
Gli occhi della moglie di Mario, quando mi salutò davanti alla porta d'ingresso, erano come quelli di tutte le mogli, di tutti i figli, di tutti i familiari più cari, dei pazienti prossimi alla fine: gridavano in silenzio: "AIUTO!".
Era una signora sulla cinquantina, bionda e magrissima. Mi parlava con un filo di voce, come se in casa ci fosse qualcuno che stesse riposando. Mi accompagnò lungo una scala di legno al piano superiore da dove provenivano le urla che avevo sentito pochi minuti prima al telefono.
Quello che un tempo era stato un salotto era diventato una vera e propria camera ospedaliera. I sopramobbili, i vasi d'argento, le cornici con le foto dei momenti più belli del passato, erano stati sostituti  da flaconi di soluzione fisiologica, da sacche per la nutrizione parenterale, da siringhe, garze, cannule, cateteri... Nonostante abbia visto situazioni analoghe, ed anche peggiori, ormai parecchie volte, non riesco proprio a non far caso a questi dettagli. Nella maggior parte delle occasioni sono le stanze da letto a subire la "trasformazione" e mi fa sempre una tristezza incredibile pensare che al posto di quel letto in acciaio inox dal materasso ronzante c'era stato fino a qualche giorno prima il letto matrimoniale di quella che era una coppia probabilmente serena... Nel caso di pazienti molto anziani invece, è più spesso la cucina a diventare una camera ospedaliera ed allora la frase di rito all'arrivo del medico è sempre la stessa: "Dottore, si chiuda gli occhi, qua siamo accampati peggio che in un campo nomadi...". E quando queste ex camere matrimoniali, queste ex cucine, questi ex salotti, diventano finalmente, al termine di una sofferenza più o meno lunga, anche delle camere ardenti, la morte sembra appropriarsi di tutto, persino della muffa negli angoli del soffitto. L'unica cosa della quale non riesce quasi mai ad impossessarsi sono stranamente gli occhi dei parenti che, nella maggior parte dei casi, sembrano invece liberarsi. Le lacrime, come una pioggia rigenerante, portano via la paura, l'angoscia, il dolore vissuto di riflesso, che non rispondono a nessun ansiolitico e nemmeno alla morfina.
Mario doveva esser stato un omone grande e grosso. Quello che rimaneva di lui su quel letto era un corpo gonfio a causa del cortisone, un volto stravolto dal dolore del quale ricordo con precisione gli occhi sporgenti e persi chissà dove. Quel corpo respirava a fatica, ma nonostante questo riusciva ad urlare la sua sofferenza con una cantilena lamentosa e straziante: "BASTA, BASTA, BASTA". Mi avvicinai al letto aggiustandomi gli auricolari del fonendoscopio alle orecchie. Appoggiai la campana del fonendo al petto del paziente inziando ad auscultare il cuore di Mario tra un lamento e l'altro. Passai quandi ad esaminare l'addome che appariva globoso. Non riuscii ad identificare eventuali zone dolenti in quanto le urla del pover'uomo erano costanti in qualsiasi punto io affondassi la mano e non mutarono quando quella mano la tolsi per sollevargli le coperte dai piedi. Anche questi, come del resto entrambe le gambe, erano incredibilmente gonfi. Chiesi a quel punto alla moglie, se era possibile mettere a sedere sul letto il marito in modo da potergli auscultare il torace. Mi rispose negativamente. Quella posizione era troppo dolorosa per Mario a causa delle metastasi alle coste ed alle vertebre dorsali. Provammo quindi a girarlo su un fianco ed in quel modo riuscii, seppur a fatica, a completare il mio esame obiettivo. A quel punto afferrai lo sfigmomanometro dalla borsa che avevo posizionato su una sedia. Avvolsi il bracciale all'arto superiore sinistro che appariva meno edematoso e misurai la pressione arteriosa che risultò elevata (160/110 mmhg). La moglie di Mario mi disse che dal mattino precedente non era riuscita a fargli assumere le pastiglie antipertensive, che si era rifiutato di deglutire. Valutai per finire la risposta del paziente agli stimoli verbali e dolorosi. Mario, se chiamato, continuava senza variazioni apparenti a gridare "BASTA" ed a guardare nel vuoto. La stimolazione dolorosa, invece, non provocava alcuna reazione. ERA ENTRATO IN COMA.
Come tutti i pazienti in assistenza domiciliare integrata, anche il signor Mario, aveva un diario clinico aggiornato quotidianamente dagli infermieri professionali del distretto saniario, dal medico di famiglia e dai vari specialisti eventualmente arrivati in consulenza. L'ultima annotazione risaliva al venerdì ed era stata riportata dall'anestesista specialista in terapia del dolore che scriveva:

"Paziente in fase terminale. Utile sedazione terminale con MIDAZOLAM".

La moglie di Mario, mentre leggevo la cartella clinica, se ne stava seduta in un angolo come una bambina impaurita che aveva appena combinato una marachella.

"Signora" - domandai con voce il più gentile possibile - "Perché non mi ha detto che l'altro ieri era venuto l'anestesista a visitare suo marito?".
"Perché... perché..." - balbettò la donna con un filo di voce.
"Signora, il collega aveva consigliato di sedare suo marito in modo da non farlo soffrire. Come mai è ancora qui che urla?".
"Perché mio figlio non ha voluto, dottore..." - rispose la donna sempre con lo stesso tono apparentemente distaccato.
"Ma si lamentava così venerdì quando è venuto lo specialista dell'ospedale?".
"Sì... Sì dottore... Ma adesso che ha la pressione alta, non gli dà mica niente?".
"Come scusi?" - chiesi distrattamente mentre rileggevo la striminzita consulenza dell'antalgista.
"Per la pressione alta, dottore, non ci sono delle medicine da dare a mio marito?".
"Signora mia" - risposi - "A questo punto non è la pressione del sangue il problema di Mario... Non so se gliel'hanno detto, ma suo marito ormai è in coma..."
"Come, in coma? E allora, bisogna lasciarlo morire?" - rispose la moglie di Mario che almeno dalla voce non tradiva alcuna emozione.
"Signora, forse lei e a questo punto presumo anche suo figlio, non l'avete ancora capito, ma quell'uomo che grida sul letto, sta soffrendo come un cane. Se volete prolungare la sua agonia siete liberissimi di farlo, ma io da medico, è giusto che vi informi su quello che sarebbe possibile fare per evitargli tutto questo, tenendo conto soprattutto del fatto che è proprio suo marito che sta implorando di esser lasciato in pace".
La povera donna, scossa dalle mie parole, rimase a guardarmi con gli occhi sbarrati. Pochi attimi dopo, iniziò a piangere.
"Dottore, mi dica lei cosa devo fare?" - chiese in preda alla disperazione.
"Signora mia" - dissi appoggiandole una mano sulla spalla - "Non posso essere io a prendere questa decisione al posto suo. L'unica cosa che posso fare è spiegarle, se il collega non l'avesse fatto venerdì, cos'è la sedazione terminale".
"No dottore, quel medico non mi ha detto nulla... Aveva parlato solo con mio figlio che a me non dice mai niente...".
"In parole povere suo marito verrebbe fatto addormentare con una flebo. Non sentirebbe più dolore, non urlerebbe più, non patirebbe più.... fino al momento in cui, poco a poco, si spegnerebbe".
"E lei mi assicura che non soffrirerà?" - chiese la donna ancora in lacrime.
"Certo signora, certo che glielo assicuro..." - risposi porgendole il pacchetto di fazzolettini di carta che tenevo in tasca.
"Va bene dottore..." - disse la povera donna con un sospiro.
"Va bene cosa, signora?" - domandai incredulo.
"Facciamo questa cosa, prima che cambi idea...".
"Ok. Mi lasci fare qualche telefonata. Spero sia possibile far intervenire l'anestesista a domicilio anche di domenica...".
"Grazie dottore".
"Non c'è di che signora, a più tardi".

Non aspettai nemmeno di rientrare in sede. Appena salito in macchina recuperai dalla rubrica del cellulare il numero del centralino dell'ospedale di M. dal quale mi feci passare la rianimazione. Parlai con una collega che purtroppo confermò i miei dubbi:

"Vedi, il collega che si occupa della terapia antalgica domiciliare, è praticamente in pensione. Lavora alcune ore al mattino durante i giorni feriali, ma al sabato ed alla domenica...".
"Capisco... E quindi cosa mi consigli di fare?".
"Prova a sentire i colleghi del pronto soccorso..." - rispose senza alcuna convinzione - "Magari hanno già affrontato in passato situazioni del genere e possono darti una mano...".
"Ok, grazie... Ciao e buon lavoro".
"Ciao".

A quel punto ricontattai il centralino e mi feci passare il pronto soccorso. Il collega che mi rispose, al termine "SEDAZIONE TERMINALE" cadde letteralmente dalle nuvole, manco gli avessi chiesto di andare a soccorrere uno degli astronauti della stazione spaziale orbitante. Si offrì comunque di chiedere lumi a qualche collega anziano, tenendomi in linea alcuni minuti. Purtroppo nemmeno gli anziani del villaggio ne sapevano nulla.

"Ma possibile che nessuno di voi sia in grado di fare dell'Ipnovel a questo povero Cristo?" - chiesi a quel punto dopo aver quasi perso la pazienza.
"Guarda, io non l'ho mai fatto e soprattutto non lo farei a domicilio. Sono interventi che eseguono solo gli anestesisti... Hai provato a parlare con loro?".
"Certo che ho provato, ma nessuno può mollare il reparto per venire qui dal povero Cristo...".
"Mi spiace... A questo punto forse è il caso di far ricoverare il paziente...".
"Ma se l'hanno messo in assistenza domiciliare proprio per evitare il ricovero?".
"Guarda, non so cosa dirti, ma purtroppo oggi è domenica...".
"Di questo ti assicuro che me ne sono reso conto...". "Quello di cui non mi ero ancora reso conto" - pensai tra me e me - "E' della quantità immane di stronzate che ci hanno raccontato nei due ultimi corsi di aggiornamento obbligatorio per la guardia medica dedicati al paziente terminale ed alle cure palliative".

A quel punto, come promesso, telefonai alla moglie di Mario, dicendole in buona sostanza, che di domenica non era possibile crepare senza soffrire le pene dell'inferno, alla faccia degli assessori alla salute e dei politicanti del cazzo che tanto si riempivano la bocca con LE CURE PALLIATIVE. Mentre parlavo con la signora, sentivo ancora la voce straziante di Mario gridare: "BASTAAAA!".

EPILOGO: Mario non morì quella maledetta domenica. La sua agonia si protrasse per altri dieci giorni durante i quali il figlio, a quanto sembra insensibile alla sofferenza del padre, chiamò più volte il servizio di continuità assistenziale. Il catetere vescicale fu cambiato  in due occasioni, ma in realtà non era né ostruito né sfilato. Il paziente,era semplicemente andato in insufficienza renale e non urinava più. In altri due frangenti i medici di guardia intervennero per aumentare l'ossigenoterapia a causa del progressivo peggioramento della respirazione. L'ultimo accesso della guardia medica al domicilio del signor Mario concluse nel modo più tragico possibile questa vicenda.
Toccò alla dottoressa C. intervenire quella sera. Il figlio di Mario aveva chiamato in quanto il padre respirava con sempre maggiore difficoltà. Al suo arrivo al domicilio del paziente, la dottoressa C. trovò il figlio intento a praticare il massaggio cardiaco al padre, sotto la supervisione telefonica del 118. Nonostante fosse pienamente convinta dell'inutilità, la dottoressa continuò a rianimare il pover'uomo per almeno altri venti minuti, spaccandogli col massaggio caridaco almeno quattro o cinque coste. Fortunatamente Mario non ritornò dall'aldilà. A quanto sembrava l'egoismo o la stupidità del figlio (o entrambe le cose assieme), l'avevano fatto patire a sufficienza.


Detto questo, spero riusciate a comprendere perché, leggendo notizie come questa...

Passa all'unanimità alla Camera la legge che garantisce la terapia del dolore.

«Le cure palliative diventano un diritto per tutti i cittadini - scrive il Corriere della Sera - dal Piemonte alla Sicilia. Dovranno essere assicurate con criteri uniformi, sostenute da un finanziamento proprio: 150 milioni presi in parte dal Fondo sanitario nazionale (100 milioni), il resto dall'ultimo decreto anticrisi. Sono state semplificate in modo permanente le procedure per i farmaci antidolorifici. Ora la ricetta per ottenere gli oppiacei e cannabinoidi sarà semplificata. Con la nuova legge viene creata per la prima volta in ogni regione una rete apposita per le cure palliative e le terapie antidolore. La rete deve essere uniforme su tutto il territorio nazionale e non è a discrezione delle Regioni. Nel caso in cui una Regione ritardi o non segua le indicazioni, il ministero del Welfare fissa un termine, scaduto il quale viene nominato un commissario ad acta. Sono 150 milioni i fondi stanziati per il 2009».
«Non era mai successo - dichiara Livia Turco, ex ministro della salute - che maggioranza e opposizione fossero in perfetto accordo. La legge ha rischiato di andare avanti senza un euro. Noi del Pd abbiamo ingaggiato un ostruzionismo pesante e i soldi sono stati trovati. Ora è una cosa seria, che aiuta i malati in modo concreto. Bella prova di dialogo».

... il mio unico e disgustato commento può essere solamente un sonoro:


ANDATEVENE AFFANCULO! 



giovedì 12 novembre 2009

INFLUENZA A: ALCUNE NOTE A MARGINE AI POST PRECEDENTI


Questa mattina ascoltavo in auto una trasmissione radiofonica di Radio 1 che aveva come ospite un professorone dell'Istituto Superiore di Sanità.  Si parlava naturalmente di INFLUENZA SUINA e non poteva mancare il solito sms del solito cittadino malinformato (che io definirei anche un po' stronzo).

"Il ministro della salute ha detto che non dobbiamo affollare i pronto soccorsi, ma dobbiamo andare dal medico di famiglia. Possibile che il ministro non sappia che i medici di famiglia lavorano una o due ore al giorno e poi non sono più reperibili?".
Risposta del professorone: "Il paziente non deve andare nell'ambulatorio del medico di famiglia, deve chiamarlo e far sì che venga a visitarlo a casa!".

Vi assicuro che se non si fosse attivato l'ESP sarei andato sicuramente in testa-coda!.

AH PROFESSO', MA CHE CAZZO STAI A DI'?

1) Il medico di famiglia non lavora due ore al giorno, dovendo essere reperibile telefonicamente dalle 8.00 alle 20.00. Il vostro medico non è rintracciabile? Segnalatelo alla ASL e fategli il culo a strisce!
2) Non è umanamente possibile che un medico visiti a domicilio tutti pazienti febbricitanti, soprattutto nel caso di un'influenza che, lo ripeto per l'ennesima volta, E' POCO PIU' DI UN RAFFREDDORE!!!. La visita domiciliare è opportuna in terza, quarta giornata di febbre per escludere eventuali complicanze.
3) Se anche i vertici della Sistema Sanitario, fanno DISINFORMAZIONE ed ALLARMISMO, direi che il sistema stesso è destinato al COLLASSO.

Indi per cui, ricollegandomi alla regola 5+1:
- deve esserci RISPETTO anche da parte di chi sta sopra (i professoroni) nei confronti di chi sta sotto (i medici di famiglia ed ancor più sotto, i medici di continuità assistenziale).
- deve esserci BUON SENSO anche e soprattutto da parte di chi parla, ed in questo caso STRA-PARLA, con in mano il megafono mediatico, perché una stronzata detta sottovoce può passare inosservata, ma se amplificata, può procurare un sacco di casini, soprattutto e come sempre, a chi sta sotto e si troverà costretto a spalare montagne di merda.



MORALE DELLA REGOLA 5+1: è sempre meglio stare sopra (MARRAZZO DIXIT e PANTEGANA JOE CONFIRMIT).

ULTERIORE NOTA A MARGINE
Ieri notte, a causa della solita insonnia post turno di guardia, pregavo Morfeo di prendermi tra le sue braccia chiedendo l'intercessione al Vespone nazionale (per gli amici Vespa Bruno). In parole povere, stavo cercando di prender sonno guardando "Porta a Porta" che, stranamente, si occupava di INFLUENZA A. Tra i vari ospiti c'erano il nostro stimatissimo Giacomo Milillo ed un portavoce dei pediatri di base di cui non ricordo il nome. Quest'ultimo, dopo aver riferito dell'altissima incidenza di questa forma di influenza tra i bambini, ha osato incensare l'operato dei suoi colleghi lodandoli per il fatto che, in questi giorni, stanno lavorando anche il sabato e la domenica. Risposta piccata del Vespone:

"E CI MANCHEREBBE ALTRO!" - urlando e strabuzzando i nei ed anche gli occhi.
"Non avete il giuramento di Ippocrate? Non è una missione quella del medico? Voglio vedere che in queste circostanze, non dovreste lavorare anche il sabato e la domenica!"

Risposta del pediatra: "...".
Risposta di Milillo: np (probabilmente dormiva o comunque la sua espressione non era delle più sveglie!).
Risposta di Forrest balzato in piedi sul divano con i fumi alle orecchie e la bile agli occhi:

"Ma brutto leccaculo, raccomandato, figlio di... un'ape regina!"

PUNTO PRIMO: Il giuramento di Ippocrate non prevede che debba lavorare A GRATIS il sabato e la domenica, soprattutto quando non previsto dal mio contratto lavorativo.

PUNTO SECONDO: Perché dev'essere considerato come DOVUTO il lavoro a titolo gratuito di questi pediatri? Sa mica il Vespone che questi medici avrebbero potuto tranquillamente trascorrere il sabato e la domenica dedicandosi alle loro famiglie, anziché visitare infanti appestati? Sa mica il Vespone che questi colleghi, lavorando "pro-bono", rischiano comunque di essere denunciati da qualche genitore impazzito a caccia del solito risarcimento milionario? E, per favore, non tirate in ballo LA PANDEMIA o LA CRISI SANITARIA MONDIALE, innanzitutto perché non esistono ed in secondo luogo perché di crisi ce ne sono e ce ne sono state tante altre, ma non ricordo di aver visto in giro sciami di missionari. Nonostante la crisi economica mondiale infatti, non mi pare di aver visto le banche tenere aperto il sabato e la domenica e tanto meno ho sentito dire che regalassero denaro ai loro correntisti o ai passanti!. Così pure, in piena crisi finanziaria mondiale, nessuno dei cosiddetti grandi manager (tra l'altro responsabili della crisi stessa) si è ridotto i premi di fine anno!. Ed ai tempi della crisi petrolifera, non ricordo di alcun petroliere che si è denudato e messo prono, dopo aver ingoiato tre scatole di Viagra, per cercare con la sua trivella nuovi giacimenti d'oro nero!. E se l'idraulico, il sabato e la domenica, solo per la chiamata, chiede 50 euro, perché i pediatri devono lavorare GRATIS senza neppure essere ringraziati pubblicamente? Ma soprattutto, se un viscido Vespone viene pagato profumatamente con i soldi del canone Rai, per fare dello squallido populismo da quattro soldi, in proporzione, non sarebbe il caso di erigere un monumento in piazza per ognuno di questi pediatri stakanovisti?

PUNTO TERZO: Se volevo fare il missionario, andavo in Africa, dove la gente muore per malattie reali di cui tutti, compreso tu, Vespone di merda, tacciono. Malattie, come quelle sopraccitate (diarrea, malaria, tbc), che potrebbero essere curate solamente con qualche antibiotico o comunque con farmaci dal costo ridicolo, non certo con vaccini dall'efficacia tutta da dimostrare che hanno arrichito solamente gli amichetti di NOVARTIS. E poi, Vespone, vogliamo dircela tutta, ha senso fare i missionari per un'influenza che è poco più di un raffreddore? Ha senso parlare di missione per dei bambini italiani, quando in Africa ci sono altri loro coetanei che vivono, anzi, che muoiono così?






Caro Vespone, sono sempre più convinto che se Dio ti ha dato la lingua, l'ha fatto non certo per consentirti la favella, bensì per compiere pulizie di orifizi pregiati e d'alto lignaggio (vedi Silvietto tuo). Resta il fatto che, davanti ad una platea terrorizzata (dal lavoro infame di altri tuoi colleghi ignoranti forse più di te), dovresti, prima di aprir bocca, assicurarti di aver acceso il cervello. COME FAI AD ACCENDERLO? Semplice, schiaccia contemporaneamente i seguenti nei:

quello sullo zigomo destro, quello sul gomito sinistro e quello sulla piega interglutea.

COME FACCIO A SAPERE CHE HAI UN NEO IN MEZZO ALLE CHIAPPE? Me l'ha detto Patrizia, quella che viaggia in Ford Escort e a lei, l'ha detto... Beh, questo l'hai capito già da te...

Ciao Vespone!!!


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